Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova.

Potrebbe bastare un antico proverbio per raccontare l’atavica resistenza dell’essere umano al cambiamento

La resistenza al cambiamento è uno scudo che non richiede particolari analisi, né una valutazione contingente del contesto. È innestato in modo permanente nel nostro modo di pensare a livello precauzionale. 

Frutto di quella preziosissima emozione primaria che è la paura, ci protegge dalle minacce, poco importa se reali o percepite, che ogni variazione, inevitabilmente, fa temere.

Questa struttura difensiva ha però una falla: ancor più nel sistema economico attuale, il rischio non si manifesta soltanto quando decidiamo di puntare sul cambiamento. O, detto in altro modo, evitare il cambiamento non garantisce la serenità.

A ben vedere, la Comfort Zone è il vero rischio da cui fuggire in un mondo in continua evoluzione, che premia l’innovazione.La cultura della colpa e dell’errore lascia il posto alla filosofia ‘fail fast to succeed sooner’. 

Oggi i rischi peggiori vanno a braccetto con l’inerzia

Cosa si intende per Comfort Zone?

La Comfort Zone, traducibile come zona di comodo, è il contesto che conosciamo meglio e nel quale ci riconosciamo, ci sentiamo a nostro agio, al sicuro. È uno stato d’animo familiare, un luogo della mente dove percepiamo stabilità, assenza di rischi e pericoli, nel quale controlliamo ansia e stress, perché la possibilità di essere sorpresi è minima. Non è necessariamente una situazione idilliaca e, a volte, neppure felice, ma almeno crediamo di poter prevedere cosa ci attenda all’orizzonte.

Fuga dalla Comfort Zone: ostacoli da superare

      • Illusione di essere al sicuro: a ben vedere tutto nasce da un fraintendimento. Quando ci nascondiamo in un angolo lontano dai riflettori e ci crogioliamo nella nostra routine, siamo convinti che nessun pericolo ci possa raggiungere, ma la realtà è ben diversa. Il nostro immobilismo rappresenta un rischio, soltanto che non ce ne rendiamo conto.

 

      •  Convinzione di stare bene: è una questione di valori (e, spesso, di errata valutazione degli stessi). Nella maggior parte dei casi, la paura è più difficile da gestire del danno. Perciò sopravvalutiamo l’effetto che produce il solo fatto di tenerla a distanza. Ci illudiamo di essere sereni, se non addirittura felici e soddisfatti, ma in realtà stiamo solo tenendo a bada l’ansia.

 

      •  Paura dell’ignoto: niente è più terrificante di ciò che non conosciamo. Per questo il cambiamento parte sempre con un paio di 15 di vantaggio (una metafora tennistica, di questi tempi, è doverosa). Se abbiamo la sensazione che il solo fatto di spostarci dalla nostra routine rappresenti un’enorme fatica e aggiungiamo il rischio che la novità non sia di nostro gradimento, il risultato non può che essere la lotta per la conservazione dello status quo.

 

      •  Timore di non farcela: l’insicurezza è la prima tifosa dell’inerzia. Quando ci muoviamo nel nostro piccolo mondo conosciuto, ci sentiamo competenti. L’abitudine genera routine e, alla lunga, automatismi. Non solo sappiamo dove mettere le mani, ma lo facciamo con sempre maggiore perizia e, di conseguenza, velocità. Anche nell’ipotesi di riuscire ad adattarci al cambiamento, di quanto tempo avremo bisogno per tornare a quel livello di confidenza?

 

      •  Tendenza alla procrastinazione: nell’ipotesi che abbia capito di non essere al sicuro, mi sia reso conto che potrei stare molto meglio, abbia deciso che nell’ignoto posso anche trovare qualcosa per cui valga la pena lottare e abbia quel pizzico di autostima necessario a lanciarmi nella sfida, potrei comunque rimanere inerte. Tra il pensiero e l’azione, infatti, c’è un altro mostro da sconfiggere: la pigrizia. Il fatto di aver superato gli scogli precedenti, non ha sgominato ogni forma d’ansia, che è ragione più che sufficiente per mettere il task in fondo alla lista delle priorità. Lo faremo, ci diciamo, ma intanto rimandiamo e poi vedremo.

La cultura della colpa e dell’errore

La paura dell’ignoto è insita nell’essere umano e nelle organizzazioni spesso è addirittura alimentata.

Quando la tolleranza dell’errore è ridotta ai minimi termini e ogni problema viene trasformato in una caccia al colpevole, chi sarà così coraggioso da abbandonare la propria Comfort Zone?

Chi avrà voglia di abbracciare il cambiamento?

Preparare il campo alle innovazioni significa predisporre un piano di comunicazione  che non si limiti a evidenziare la necessità, l’urgenza del cambiamento.

È imperativo trasmettere l’importanza che riveste, l’obiettivo che ci poniamo (la Vision) e, più di ogni altro messaggio, il supporto che sarà garantito a ogni persona durante il periodo di transizione.

L’errore deve diventare lo spunto per correggere il sistema, non certo l’occasione per intaccare l’autostima di chi lo ha commesso. È, al contrario, un trampolino per un ulteriore salto di qualità, un’opportunità di crescita.

Tutti apprendono con modalità e tempi diversi, perciò la formazione deve essere personalizzata e i primi test ammantati di profonda indulgenza.

In questo modo si combatte la paura e si zittisce la tendenza all’immobilismo, che è il principale freno all’innovazione.

Come uscire dalla Comfort Zone

Il primo passo per uscire dalla Zona di Comfort è… fare il primo passo! Può sembrare banale, ma l’importanza del primo passo va ben oltre l’ovvio.

In ogni progetto, a maggior ragione se ci allontana dalle nostre certezze, partire è il più grande atto di coraggio. 

Per certi versi, da quel momento in avanti è tutta discesa.

Soprattutto se quel passo lo abbiamo pianificato dopo esserci dati un obiettivo

Non uno qualsiasi, ma un obiettivo S.M.A.R.T.: specifico, misurabile, raggiungibile, rilevante e con scadenza temporale.

Con queste caratteristiche, diventa un motore in grado di portarci oltre qualunque forma di resistenza.

Per essere rilevante, difficilmente potrà essere agevole: al contrario richiederà notevoli sforzi e un bel po’ di tempo. Perciò meglio suddividerlo in sotto-obiettivi, che si possono considerare come tappe di un percorso più ampio. 

A livello motivazionale, questi traguardi volanti sono utili da almeno due punti di vista:

      • lo striscione dell’arrivo è sempre a portata di mano (aspetto fondamentale secondo la teoria del Goal Gradient Effect),
      •  le vittorie di tappa garantiscono l’entusiasmo necessario a continuare nell’impresa.

Visto che l’obiettivo deve anche essere raggiungibile, meglio evitare voli pindarici. 

Siamo già in una situazione di disagio, stiamo cercando punti di riferimento e, spingerci troppo oltre, sarebbe l’ideale ricetta per il disastro.

Tanto più che un eventuale fallimento distruggerebbe la già precaria fiducia in noi stessi e, con essa, ogni volontà (possibilità) di sfidare nuovamente l’ignoto.

Altro aspetto da considerare è come alleviare la paura di ciò che non conosciamo.

Il rimedio, in questo caso, è fin troppo ovvio: basta raccogliere il maggior numero di informazioni in merito a quello che ancora non padroneggiamo.

Dobbiamo per forza uscire dalla Comfort Zone?

Il progresso di un’organizzazione, spesso la sua stessa sopravvivenza nel medio e lungo periodo, necessitano di un’ampia predisposizione al cambiamento

Per questo, a chi vuole un ruolo di responsabilità, non basterà dimostrarla: dovrà anche saperla trasmettere ed essere in grado di diffonderla il più possibile.

Se abbiamo l’ambizione di crescere e migliorare, se sogniamo di essere creativi e innovativi, se ci infastidisce la sola parola accontentarsi e non vogliamo avere rimpianti, uscire dalla Comfort Zone è l’unica strada possibile.

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