Una premessa per contestualizzare

Il variegato universo imprenditoriale italiano sta riconoscendo sempre maggior valore a temi come la gestione della motivazione, dei conflitti e del cambiamento.

A velocità variabile e spesso con un pizzico di scetticismo di troppo, stiamo arrivando dove altre culture aziendali hanno già piantato le tende da anni.

Ad aprire gli occhi verso una realtà negata fin troppo a lungo, ha contribuito indubbiamente anche il messaggio piuttosto chiaro inviato dalle nuove generazioni: le persone vengono prima dei processi.
Anche sui nostri lidi, il turnover è salito rapidamente in testa alle classifiche degli incubi che funestano le notti di imprenditori e responsabili del personale. Espressione che ormai suona desueta, mentre un’altra,
People Manager, non a caso sta spopolando.


Chi sarebbe costui/ei?
Beh, per certi versi è un ruolo che qualunque azienda strutturata avrebbe sempre dovuto annoverare nel reparto HR: è chi si occupa del benessere dei lavoratori. Non solo, in collaborazione con il responsabile della comunicazione, disegna strategie destinate a favorire recruiting e retention dei migliori
talenti disponibili. Perché non è solo uno spot da poster motivazionale che qualcuno appende
in sala mensa: la vera ricchezza dell’azienda è rappresentata dalle persone che la compongono.

Il peso della Comunicazione

In un contesto simile, non stupisce che lo studio delle interazioni tra azienda e dipendenti (anche potenziali) abbia guadagnato spazio e attenzione.
Né può sorprendere che la Comunicazione Efficace sia divenuta un must per qualunque leader che si rispetti. O meglio, che abbia l’ambizione di farsi rispettare, possibilmente a lungo.


Rimane una domanda: cosa rende efficace una comunicazione?
Qui le cose si complicano, perché non basta limitarsi a celebrare la corrispondenza tra il messaggio pensato da chi lo emette e quello percepito dal destinatario (che pure è traguardo straordinario).
Il passo ulteriore, complicato ma necessario, apre le porte al concetto di assertività.

Stili di Comunicazione


Quando siamo assertivi la corrispondenza diventa tra ciò che proviamo e quello che comunichiamo. Ambizione intrigante, che riusciamo a onorare solo saltuariamente, trattenuti a volte da un senso di opportunità, più spesso da considerazioni meno costruttive.
Cosa succede quando non troviamo la forza, il coraggio, quando la sicurezza in noi stessi vacilla o finiamo la pazienza?
Precipitiamo dalla vetta comunicativa dell’assertività e rotoliamo alternativamente verso passività o aggressività.
La comunicazione passiva è quella di chi pecca in autostima, non prende posizione e si adegua agli altri.
L’arma del passivo è il silenzio, ferisce chi l’imbraccia, ma non mancano vittime collaterali.

Chi non si esprime, infatti, priva chi lo circonda dei preziosi effetti generati dal confronto e dal dissenso.
Nella vallata opposta c’è la comunicazione aggressiva, che si impossessa di noi quando la nostra opinione ci appare come l’unica rilevante e siamo convinti che nessuno abbia niente di utile da aggiungere.
I due opposti ovviamente spesso entrano in contatto e tendono a sostenersi vicendevolmente.
Il bilanciamento tra i miei interessi, bisogni, necessità e quelli altrui mi fa scivolare da una parte all’altra dell’altalena comunicativa, perché nessuno pratica un solo stile, né tanto meno da esso è definito.
Come del resto passivo, assertivo e aggressivo non esauriscono gli stili comunicativi. Vale la pena di aggiungerne almeno uno: può essere definito manipolativo ed è il meno efficace.
È lo stile delle richieste vaghe e indeterminate, che nessuno può riuscire a esaudire, delle critiche non costruttive, quando chi grida all’errore non ne specifica le ragioni né tantomeno suggerisce azioni correttive. È il colpevolizzare fine a se stesso, sminuire le persone senza offrire opportunità di crescita e miglioramento. E, purtroppo, è uno stile che usiamo più spesso di quanto crediamo.

La nascita del concetto di Assertività

L’assertività germoglia tra gli psicologi statunitensi nel secondo dopoguerra, ma deve attendere la seconda metà degli anni Settanta per affrancarsi dai circoli accademici.
Il merito è di Manuel J. Smith e del suo bestseller del 1975 ‘When I sayno, I feel guilty’ (Quando dico di no, mi sento colpevole). Per raccontare cosa significhi essere assertivi, avere comportamenti
assertivi, comunicare in modo assertivo, bisogna necessariamente partire da qui, anche se rischia di dare un’immagine parziale.
L’autore muove dall’idea che il rispetto per gli altri non possa giustificare la rinuncia a noi stessi. Quando assecondare tutte le richieste che ricevo finisce per pregiudicare i miei diritti, dire di no diventa un imperativo cui non posso sottrarmi.
Viene da chiedersi: cosa genera in me la sensazione di dovermi mettere in un angolo senza far sentire la mia voce?
Sicuramente alcuni preconcetti, che possono andare dall’obbligo morale al soccorso dei bisognosi (in senso letterale), fino all’eccessivo rispetto dovuto ai superiori (di età, ruolo gerarchico o altro).
Attenzione, però, perché, come già espresso, limitare il concetto di assertività a una forma di difesa (dei propri diritti) può risultare fuorviante.

Assertività fa rima con Reciprocità

L’assertivo si muove a tutela di confini che, in accordo con la morale comune, ha definito invalicabili, ma sa che se un diritto spetta a lui, evidentemente deve appartenere a tutti.
Il rispetto ha identica intensità verso l’interno e verso l’esterno: si tratta di trovare il punto di equilibrio tra il mio diritto e quello degli altri.
Equità e simmetria: ogni analisi si specchia negli occhi di chi osserva lo stesso potenziale conflitto da angolazione diversa, a volte opposta.
Fortunatamente la chiarezza è una preziosa compagna di viaggio della comunicazione assertiva. Fino a quando condivido le mie sensazioni ed emozioni, fin tanto che rimango fedele al principio di esporre (e non imporre) le mie ragioni, il rischio di incomprensioni viene minimizzato.
Riassumendo:
• Reciprocità
• Rispetto
• Equilibrio
• Equità
• Chiarezza

E infine libertà: di essere se stessi e di esprimersi, perché liberi da preconcetti, luoghi comuni e altri condizionamenti esterni. Da questa libertà deriva il miglioramento non solo delle relazioni, ma della
nostra stessa esistenza, perché, finalmente indipendenti, siamo in grado di riconoscere e perseguire i nostri veri obiettivi.

I 10 diritti assertivi

Nell’illuminante opera di Manuel J. Smith sono declinati 10 diritti che diventano stazioni nel percorso di consapevolezza.

  1. (Solo) voi avete il diritto di giudicare il vostro comportamento, i vostri
    pensieri e le vostre emozioni, e di assumervi la responsabilità delle
    conseguenze.
  • Attenzione a non perdere di vista il principio di reciprocità, perché da
    altra angolazione il primo diritto suona diverso: non avete il diritto di
    giudicare il comportamento altrui, gli altrui pensieri ed emozioni, né
    siete legittimati o tenuti ad assumermi la responsabilità delle
    conseguenze.
  1. Avete il diritto di non dare spiegazioni o fornire scuse per giustificare
    il vostro comportamento.
  2. Avete il diritto di valutare se assumervi la responsabilità di risolvere i
    problemi altrui.
  • Di nuovo: come viene tradotto quando la prospettiva si ribalta? Non
    posso pensare, né tantomeno pretendere che qualcuno arrivi sempre in
    soccorso quando sono in difficoltà.
  1. Avete il diritto di cambiare opinione.
  2. Avete il diritto di commettere errori e di assumervene la responsabilità.
  3. Avete il diritto di rispondere «non lo so».
  4. Avete il diritto di non dipendere dall’approvazione delle persone
    con cui entrate in contatto.
  5. Avete il diritto di prendere decisioni illogiche.
  6. Avete il diritto di dire «non capisco».
  7. Avete il diritto di dire «non mi interessa».

Quali di questi diritti eserciti? Con quale frequenza? Ma soprattutto: su quali hai bisogno di iniziare a lavorare?
Il miglioramento, nella comunicazione, inizia qui.